Il bello di Francesco

San Francesco d’Assisi, fine XIII sec., affresco, Monte Sant’Angelo, Santa Maria Maggiore.


La sua leggendaria salita sul Gargano per venerare l’Arcangelo guerriero non è suffragata da alcuna fonte documentaria attendibile, se non da tardive attestazioni di difficile verificabilità. E tuttavia, quella del pio pellegrinaggio (che la storiografia locale colloca nel 1216) di san Francesco d’Assisi al celebre santuario micaelico, come noto una delle principali mete di pellegrinaggio del mondo cristiano per buona parte del medioevo, costituisce una tradizione forte e tuttora sentita, che, come spesso accaduto in questi casi, è stata capace di trasformare un fatto eventuale e tutt’al più probabile in una certezza incontestabile, con tanto di “prova” più che evidente: il tau carminio che l’Assisiate avrebbe tracciato all’ingresso della grotta-santuario, la cui terribilis soglia il «vile vermine» non si sarebbe sentito degno neppure di varcare. In compenso, sappiamo con certezza dalle fonti che sul Gargano ci andarono da Assisi, tra gli altri, Ortolana, la madre di santa Chiara, e lo stesso Guido II, vescovo di Assisi al tempo della morte di Francesco. Il che rappresenta una testimonianza significativa del fatto che la “rotta garganica” fosse ben battuta anche a partire dall’Umbria; questo, unito alla altrettanto certa devozione del Santo per san Michele, assai ben comprovata, a partire dalle numerose invocazioni che Francesco gli rivolge nei suoi scritti (inoltre sappiamo che egli dedicava all’Arcangelo una delle sue “quaresime”, digiunando in suo onore dal giorno dell’Assunta alla festa di fine settembre), ci induce a ritenere che comunque un’andata di san Francesco d’Assisi al santuario del Gargano sia tutt’altro che scarsamente plausibile. Del resto, sappiamo che egli è stato in Puglia almeno una volta, e non gli dovrebbe essere stato troppo difficile raggiungere una meta allora tanto ambita da qualunque buon fedele cattolico. Tutta questa premessa per ambientare l’immagine che presentiamo questa volta, e che ci porta proprio in quel di Monte Sant’Angelo, a brevissima distanza dalla grotta di san Michele, nella chiesa romanica di Santa Maria Maggiore, un piccolo edificio a pianta basilicale, lungo il cui muro della navata laterale destra campeggiano pochi lacerti della decorazione a fresco che doveva ricoprire buona parte delle pareti. Tra le poche figure ancora individuabili è proprio il nostro Santo, identificato anche da un’apposita iscrizione dipinta, che probabilmente doveva fiancheggiare, in posizione simmetrica a qualche altro santo, una “Maestà” centrale. La raffigurazione, certo tra le più antiche supersititi in tutta la Puglia, ha toni prettamente arcaici, con la sua piatta bidimensionalità di sapore fortemente orientalizzante, così coerente, del resto, proprio con la più antica architettura che la ospita e, in generale, con il contesto culturale della regione. Tuttavia, spicca chiaramente il fatto che già in quest’epoca (siamo probabilmente entro gli ultimi decenni del Duecento) l’iconografia sanfrancescana (ma senza le stimmate!) appare ormai diffusa e perfettamente integrata nel repertorio figurativo “bizantino” allora ancora largamente dominante. MR