Il bello di Francesco

San Francesco d’Assisi, prima metà del XIII sec., tempera e oro su tavola, 138,5 x 58 cm, Bitonto, Museo diocesano «Monsignor Aurelio Marena».


Stavolta la nostra perlustrazione attraverso le non poche testimonianze iconografiche sanfrancescane diffuse nella nostra regione ci porta a un incontro davvero eccezionale: si tratta di questa straordinaria tavola che pare possa essere tranquillamente annoverata tra le più antiche in assoluto attestazioni pittoriche del Santo a noi pervenute, non solo in ambito pugliese o meridionale. Un’opera, dipinta su una tavola di legno di noce dalla forma alquanto concava, la cui storia, abbastanza sicuramente documentata, si intreccia decisamente con la leggenda. Secondo un cronista cappuccino del Seicento, sarebbe stata commissionata nientemeno che dall’imperatore Federico II a memoria del suo leggendario incontro con l’Assisiate avvenuto nel castello normanno di Bari. Da qui sarebbe passata nel XVI sec. nel convento bitontino dell’Ordine, da dove in tempi relativamente recenti è pervenuta alla locale sezione del Museo diocesano. Pochi anni addietro la tavola ha ricevuto un profondo restauro che ne ha modificato non poco la percezione consolidata, venendo liberata dalle pesanti ed estese ridipinture più o meno moderne (ma correttamente non del tutto, per non cancellare ogni traccia del lungo percorso storico attraversato dall’opera), operazione che ha tra l’altro rimesso in luce parte del fondo oro, risparmiato intorno alla figura del Santo. A parte la discussa attendibilità del famoso incontro con l’imperatore svevo, la venuta di Francesco prope Barium è la sua unica presenza “pugliese” attestata dalle fonti più antiche, e i caratteri arcaici di questa immagine, che la associano alle raffigurazioni molto simili del Sacro Speco di Subiaco e della celebre tavola di Pescia opera di Bonaventura Berlinghieri, datata al 1235, dimostrano l’antichità del radicamento del culto verso san Francesco d’Assisi nella nostra terra. Qui il Santo riveste ancora i caratteri stilistici di una stretta osservanza bizantineggiante, frontale e ieratico: la svolta naturalistica della fine del secolo, propiziata dai grandi Cimabue e Giotto, è ancora molto di là da venire. Ma i riferimenti iconografici fondamentali ci sono già e ben in vista: il saio col cappuccio stretto in vita dalla corda e soprattutto le vistose stimmate e il libro aperto, dal quale la citazione della Lettera ai Galati 6,16sg. («Io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo») proclama l’identificazione cristologica del Santo, e invita a seguirlo, promettendo «pace e misericordia» [MR].